Giorno della Memoria

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Lettera del presidente Maurizio Gilardi

Oggi è il 27 gennaio. Ricordo che molti anni fa, io e il mio amico Vito Carilli stavamo superando la soglia di un cancello, ma non un cancello qualunque perché sopra c'era scritto 'Arbeit macht frei' ed eravamo dalle parti di Oswiecim che i nazisti decisero di chiamare Auschwitz. Faceva freddo ma noi, a differenza dei prigionieri di allora, avevamo bei vestiti imbottiti. Vito soffre il freddo più di me, come a Capo Nord qualche anno prima e per questo ci affrettiamo a entrare. C'è un lungo corridoio di 50/60 metri e le pareti sono piene di fotografie, ordinate e in B/N con i volti dei deportati con la data di nascita, quella di entrata e di uscita e queste due qualche volta differenziano di pochi giorni. Ci incamminiamo sentendo su di noi, sui nostri piumini griffati, sulle nostre macchine fotografiche, gli sguardi di centinaia di fantasmi che di griffato hanno solo il braccio. Quando arriviamo alla fine, mi accorgo che gli occhi di Vito sono lucidi ma non per il freddo, ma perché è più sensibile di me. I 50/60 metri più difficili della mia vita, l'esperienza più incisiva nei miei 40 anni (allora) di esistenza perché non dimenticherò gli sguardi di uomini e donne resi inutili, che forse è l'aggettivo più umiliante. Quel che succede dopo, quello che si vede, capelli, occhiali, dentiere e quello che si può anche toccare (forni), è inverosimile e ti rendi conto che i sogni sono tutti fuori, qui ci sono solo incubi. Non si può dimenticare niente di quello che scorre sotto lo sguardo e tutto lascia un taglio così profondo che inghiotte tutti gli altri graffi che la vita ti ha procurato. Quella esperienza, diventa un buco nero chiuso nell'animo e assorbe tutto e nonostante gli sforzi, non te ne libererai più perché, anche se stenti a crederlo, ha inghiottito anche te.